SOGGETTIVITA’ E TEMPO AL TEMPO DELLA CRISI
INSURREZIONE, DISCIPLINA, LAVORO, GENERAZIONI, PRECARIETA’, BIOS, DESIDERIO..
Bozze, appunti e proposte di ricerca su un presente che sfugge..
Futuro presente, presente futuro
Il chiasmo del tempo è uno specchio sottile su cui potremmo indefinitamente far riflettere ogni ordine della questione. Esso è uno sfondo incredibilmente potente nel risaltare alcuni aspetti della scena propria.
Ma è anche potenzialmente un buco nero, in cui perdersi all’infinito.
Il futuro, carico di tutte le sue implicazioni materiali ed esistenziali, si fa sempre più presente, quasi lo invadesse o lo opprimesse, il presente; e il vero presente, che è vero in quanto mio, ovvero in quanto temporalità, dimensione temporale soggettiva, sfugge sempre di più verso un indefinito futuro, che non si traduce mai in a venire; in parte è così, ma se la soluzione non può far parte del problema è evidente che dobbiamo andare a cercare una verità più a fondo.
La verità è che noi apparteniamo, come sospesi, ad un presente. Ed è questo presente, al di là di ogni consolante ripescaggio della letteratura Baumaniana sulla società liquida e le temporalità differenziali, potentemente intrise di ideologia. È questo il nostro presente, che noi vogliamo o no farci i conti.
Da qualsiasi angolazione lo si prenda, il presente è senza uscita. Esso non ha più
nemmeno la minore, tra le sue virtù. A coloro che vorrebbero assolutamente sperare,
esso toglie ogni appiglio. Coloro che pretendono di avere delle soluzioni, sono smentiti
nell'arco di un'ora. È cosa risaputa che tutto non può che andare che di male in peggio.
«Il futuro non ha più un avvenire», questa è la consapevolezza di un'epoca (..)
(Comitè Invisible – L’insurrection que vient)
Parlare del futuro (il futuro dei giovani, il futuro del mondo, il futuro della medicina) è diventato uno dei tanti dispositivi per sganciare le persone dal loro potere sul presente.
La scansione del tempo collettivo e individuale e le sue modalità sono una forma potente di disciplinamento in grado di agire a fondo su percezione ed appercezione umane, di essere dunque interiorizzata. Ed è proprio questa appartenenza sospesa, di cui non è dato conoscere la relazione, ad un presente indefinito, l’ostacolo primo al riconoscimento e allo smascheramento di questo dispositivo.
Non so quanta di questa consapevolezza era contenuta nell’intelligenza collettiva che nel 2005, durante il movimento che diede l’assalto al Parlamento che approvava la Riforma Moratti, partorì lo slogan: il futuro è qui e comincia adesso o il nostro tempo è qui e comincia adesso.
La misura del tempo, l'oggettivazione del tempo nella dimensione del bios, il suo controllo, attraverso un vero e proprio ordine produttivo della temporalità, meriterebbe un'indagine genealogica.
Nei primi passi di questa indagine (quindi nei suoi passaggi più immediati, riferibili alla determinatezza storica dei processi di costituzione e ri-costituzione di un'organizzazione disciplinare del tempo) scopriremmo innanzitutto che, proprio in quanto storicamente determinati, questi processi si danno dialetticamente: sono il prodotto di una serie di fenomeni umani di cui si scova una traccia abbastanza netta nella definizione del paradigma produttivo e dell'organizzazione sociale.
Qui la questione diventa complessa.
Scansione temporale, ordine produttivo, disciplinamento
Il problema centrale rimane: il tempo e la sua organizzazione soggettiva e sociale (soggettiva in quanto sociale) attengono alla materialità della vita sociale e si determinano storicamente, inoltre sono costitutivamente costruzioni disciplinari e in quanto tali si determinano entro rapporti di forza e strutture di comando o gestione. E tuttavia questa relazione è mascherata quando non negata.
Tale problema del disciplinamento del tempo ci permette di acquisire un punto di vista conflittuale, o comunque critico, che riguarda tutti e tuttavia è estraneo nella narrazione del babau (come lo chiama F. Simonetti) della crisi nel senso comune. Come? E Perchè?
È da sottolineare che l'attuale modo di produzione, inteso a un tempo come insieme e paradigma dei rapporti sociali, si avvale di una struttura metodica di disciplinamento del tempo degli individui ben più avanzata di quella utilizzata nella fase che chiamiamo, con notevole approssimazione, fordista. Quest'ultima poneva il suo fondamento nella centralità del lavoro, come elemento puntuale di definizione della scansione temporale della vita, e costituiva un vero e proprio tipo umano: l'operaio massa, figura tipica della soggettività produttiva.
La struttura di questa scansione è descritta come 3x8 (8 ore di lavoro, 8 di sonno e le restanti 8 di “vita”); tale struttura, apparentemente legata solo alla soggettività lavorativa, scandiva il tempo della “società” (ospedali, scuole, trasporti, commercio) come aveva osservato Foucault.
La sua tenuta era garantita dall'esercizio del comando nel processo produttivo fordista; tale disciplina fu presa d'attacco dalle lotte dei lavoratori, e si riformulò progressivamente in maniera dialettica (a questo proposito fu calzante il punto di vista della tradizione dell'Operaismo italiano).
Oggi la situazione, esito dinamico di quella riformulazione, è completamente diversa: proviamo a delinearne alcuni caratteri signficativi.
Innanzitutto si modifica l'applicazione: non più massificata nel suo indirizzo di comando, essa prende in considerazione gl'individui in quanto tali. Individui che acquistano un peso specifico diverso nei rapporti sociali che dipende sempre di più dalla dimensione del consumo piuttosto che da quella produttiva.
Quindi questa nuova struttura di disciplinamento del tempo di vita affronta il problema di costruire un indirizzo molteplice del comando e lo fa con un sistema: l'interiorizzazione del comando.
Ciò significa in sintesi che gl'individui assumono come propria, pensando di sceglierla liberamente, la scansione temporale che è in realtà la funzione dell'esercizio del comando, e si autodisciplinano così in forme molteplici. Ma la filastrocca non cambia: produci, consuma e crepa (G.L. Ferretti - Morire).
Un sistema più avanzato, ma anche e perciò più vicino alla soglia di crisi, proprio perchè dipende strettamente dalla dimensione del consumo. Dimensione che non è inesauribile, e perlopiù altamente instabile.
Sforzandoci e forzando l'analisi, non è difficile vedere nell'istituto del credito (e quindi del debito) su cui si fonda il settore finanziario, attuale quota massima dell'economia globale, il bacino entro cui si raccolgono e si sovrappongono le eccedenze e le inadempienze globali dello sfruttamento di quella dimensione biologica /economica che è il tempo di vita (tempo del consumo, della formazione, del lavoro, dell'affettività etc.).
Ancora: le borse potranno pure dilatare e contrarre all'infinito il valore di scambio di una merce, materiale o immateriale che sia, fino al limite dell'irrealtà, ma se la produzione sociale della ricchezza passa attraverso la dimensione del bios è evidente che lì la torsione non può avvenire all'infinito senza scatenare tensioni; il credito è l'istituto costituito per integrare e assorbire queste tensioni, e per farne nuovo profitto, e la sua capacità è stata ritenuta ideologicamente illimitata. A torto. Ecco la crisi.
Dietro i suoi numeri e le sue statistiche c'è l'umano e la sua categoria essenziale, il tempo.
La materialità del tempo in relazione alla vita, per quanto misteriosa, è la sua caratteristica principale. Costruire un'interpretazione organica di questa materialità che assuma il punto di vista della liberazione dalla sua struttura di comando passa per il riconoscimento della qualità del nostro tempo.
Diviene una prospettiva potentemente insurrezionale e antisistemica quando quest'interpretazione della materialità del tempo, insieme al punto di vista conflittuale di liberazione dalle strutture del comando, viene socializzata e generalizzata.
Presenza nel presente, potenza di a-venire
I movimenti globali, in parte, hanno cominciato a costruire prassi entro questa consapevolezza senza neanche averla raggiunta pienamente nella teoria. C'è da cercare il perchè in un fatto semplice: il bios, la vita, in particolare la vita umana, con le sue relazioni, è ontologicamente irriducibile al controllo. Perchè in questa macchina desiderante, come l'ha descritta efficacemente Deleuze, il rifiuto del controllo avviene già nell'inconscio indipendentemente dalla coscienza soggettiva, perchè le è connaturato.
Anche così si spiega la diffusione degli psicofarmaci (antidepressivi, calmanti, eccitanti etc.) e degli altri dispositivi di biopotere a livello globale (polizia nella guerra permanente, psichiatria nell'uso degli psicofarmaci, medicina nel controllo delle popolazioni, mass media nel controllo delle coscienze, schock economy, militarizzazione e quant'altro).
Tuttavia siamo miopi se non valutiamo il contributo che questa potenza di rifiuto del controllo produce nei confronti della fase critica dell'economia di mercato.
Anche la natura, in quanto partecipe del bios, seppure con gradi di complessità differenti, produce potenza di rifiuto, che si manifesta nella crisi ecologica globale.
Ma bisogna stare attenti a smascherare il tentativo ideologico che sfruttando l'attinenza del problema ecologico coi consumi, tenta di rovesciare il costo sociale della crisi sugli individui: questa è la vera proposta della green economy e dei vertici mondiali sull'ambiente (ultimo quello che si farà a dicembre a Copenaghen). Una proposta analoga a quella dei governi nazionali di scaricare il peso e i costi sociali della crisi sul welfare e le sue articolazioni.
A volte è necessaria parecchia fantasia per capire la realtà.
Allora un primo passo sarebbe riprenderci il tempo, che spesso non abbiamo, di fantasticare sul mondo e scoprire quanto può essere reale l'immaginazione e viceversa quanto può figurare immaginifica la prospettiva comune della realtà, cadere, infrangersi e svegliarci col suo rumore.
Appendice: generazione e potenza a-venire
Se proviamo a pensare il tempo fuori da una prospettiva metafisica, esso smette di apparirci una scatola vuota da riempire, e assume il volto del nostro tempo, la realtà materiale e in divenire della nostra vita, molteplice e ricca delle cose che ci appartengono, gli atti che compiamo e non compiamo, i sogni che facciamo, i sentimenti che proviamo, le volontà che coltiviamo, etc.
è un tempo che parla al plurale, perdendo il suo carattere universale insieme a quello individuale (che a ben vedere si implicano a vicenda nella struttura metafisica del tempo).
Così il tempo diviene una risorsa, perdipiù collettiva, un bene comune da difendere e da riprenderci, da chi vuole sottrarlo alla vita e tramutarlo in numero, in rapporto di forza, in profitto, in controllo dalla sua parte, e in solitudine, smarrimento, alienazione, sfruttamento e schiavitù dalla nostra.
Apparteniamo tutti a questo presente, dicevamo all'inizio, secondo una modalità che non conosciamo e che ci tiene perciò sospesi. Ed è un presente senza via d'uscita finchè gli apparterremo semplicemente.
In questo caso anche il concetto di generazione diventa strumentale allo status quo.
Ma quando il tempo, entro cui si definisce il concetto di generazione, smette di possederci, e comincia ad appartenerci, perchè ce lo riprendiamo s'intende, allora ci apparterrà anche il concetto di generazione, comincerà a tracciarsi quale soggettività, e insieme ad esso altre parole.
Scopriremo allora che le parole, così come il tempo, e come le cose, smettono di essere schemi di dominio quali sono quando ce ne appropriamo, in quanto esseri umani, e diventano contemporaneamente sogni e armi per conquistarli; a dimostrazione del fatto che segmenti di libertà o di liberazione per queste macchine desideranti sono già nel mondo in cui esse abitano; e diviene consapevolezza di ciò condizione di possibilità che tale mondo si qualifichi come nostro, come mondo che si fa, uscendo dallo schema presente-futuro, come potenza a-venire.
È dentro questa consapevolezza da ri-ntracciare un pezzo di soggettività e liberazione in questo tempo di crisi.
La crisi stessa è un addensamento del tempo, è un passaggio d'epoca (epokè = sospensione); è il topos su cui si misurano le tensioni che costituiscono il reale in divenire: in questo senso è un passaggio epocale.
È l'appartenenza a questa stessa epoca, l'oggettività molteplice delle sue contraddizioni, che ci configura come generazione: generati oppure orfani della storia, che genereranno il proprio avvenire oppure abiteranno un futuro qualunque. Dopo ogni consapevolezza c'è una scelta, che schiude una nuova consapevolezza, che apre a nuove scelte. Conoscere il tempo è inventarlo, trasformarlo puntualmente.
Dentro questo passaggio ci misuriamo come liberi nella misura in cui diretti allo sfondamento delle barriere dell'oggettività che ci sta imprigionando. Per disertare l'apocalisse, in un esodo verso l'avvenire.(...)










All'interno del percorso di mobilitazione contro le leggi liberticide che colpiscono migranti, studenti, "giovani" all'interno di una pericolosa deriva securitaria, verso la 



